ERZEN SHKOLOLLI

BEAUTIFUL WAY

17 Novembre – 31 Dicembre 2001

a cura di Angela Vettese

Inaugurazione: sabato 17 novembre ore 18.00

Erzen Shkololli è nato nel 1976 a Prishtina, dove vive e lavora. Il suo lavoro si manifesta come una delle voci più vivaci della moderna Albania, terra di grandi conflitti e luogo dove si stanno concentrando tutte le più recenti ragioni di disagio: la difficile coesistenza di etnie e religioni; il dissesto, ricco peraltro di speranze, di un paese in uscita da un regime totalitario e da un lungo isolamento; la difficoltà di conciliare il desiderio di rinnovamento, quasi esclusivamente vissuto come avvicinamento al cosiddetto Occidente, e la necessaria difesa di tradizioni tanto antiche quanto indipendenti dal passaggio da uno statuto politico a un altro.


Le sue opere possono apparire a una lettura superficiale come semplici ready made tratti appunto da queste tradizioni, come nel caso del letto (The Bed, 1999) ricostruito esattamente come quelli in cui vengono adagiati i morti: una trapunta di raso, vari strati di pizzi, un giaciglio che rende al defunto tutta la dignità che nella vita non ha avuto o che comunque il suo corpo ha perduto. Va da sé che l’operazione non ha nulla di duchampiano o di antiartistico: la scelta dell’oggetto, infatti, non deriva da un’indifferenza emotiva ma dal suo esatto contrario, da un coinvolgimento profondo con le vicende di un popolo che piange, come tutti, i suoi morti, ma che negli ultimi anni ha dovuto seppellire anche molti martiri. Il ricamo, in particolare, affidato a donne del Kossovo, ha già in sé tutta la forza di una resistenza al dolore: abilità che viene tramandata di madre in figlia (ma non sappiamo per quanto tempo ancora), testimonia il desiderio di dare forma al bello e al sacro anche dentro le mura domestiche e anche quando le condizioni esterne fanno pensare alla più bruta perdita di valori. La bellezza recupera in questo caso il suo carattere etico: testimonia la volontà di reagire, di affrontare il futuro guardando al passato, di non subire i drammi del presente senza dar loro una forma sopportabile e capace di sublimare il dolore.
Né solamente di dolore intende parlare l’artista: ciò che gli preme sono tutti i riti in cui una comunità si riconosce per quello che è, da generazioni e da secoli, a prescindere dal volto che la storia recente ha voluto darle. Per questo celebra la morte, ma anche il matrimonio e cioè il nascere di una cellula familiare che darà luogo a nuove vite. Nella scultura La Sposa (The Bride, 2000), l’artista mostra una figura ieratica che guarda se stessa in uno specchio, come a segnare la sua doppia vita: il passato di ragazza e il futuro, ancora ignoto, di moglie. Nel video dallo stesso titolo, Shkololli ha ricreato sotto forma di performance una cerimonia del suo paese che risulta ancora presente nelle aree rurali: il giorno dopo il matrimonio la sposa danza di fronte alle donne del luogo, spinta da ritmi ossessivi, abbigliata in maniera esagerata e truccata in modo appariscente: si espone agli sguardi delle altre che considerano il suo matrimonio come un momento di svolta, ma, per le più anziane ed esperte, anche come la morte della gioventù e l’emergere dei doveri.


La mostra presso la Galleria Claudio Poleschi si articolerà in due sezioni: nella prima, un ricamo circolare coprirà un buco praticato nel pavimento della galleria: una tomba traumatica sopita dalla versione astratta e permanente di una corona di fiori, una voragine col suo coperchio di rimpianto e consolazione. La seconda parte della mostra sarà allestita presso la chiesa di S. Matteo, una struttura medievale riportata alla sua essenzialità da successive spoliazioni. In questo ambito sobrio, e tuttavia ancora sacrale, l’artista coprirà la balaustra del coro di un ricamo appositamente ordinato ed eseguito in Kossovo; compariranno anche i corsetti-armature che coprono le spose nella cerimonia del giorno dopo. Nello spazio dell’abside avrà luogo la proiezione del video in cui queste forme, ignote all’occhio italiano, si manifestano nel loro ambiente e acquisiscono pieno significato.
Sarebbe limitativo, comunque, attribuire alla poetica di Shkololli solo un significato sociologico o etnografico: se è vero che essa prende origine da un mondo in via di sparizione, come attesta anche il frequente richiamo dell’artista a immagini della sua infanzia, vi sono chiare anche tematiche più vaste e senza confini geografici: come l’arte possa aiutare a preservare una memoria collettiva, quale rapporto essa mantenga con il fare artigianale, cosa significhi morire o rinascere. Questi gli interrogativi che ritroviamo espressi in un linguaggio capace di assumere registri sempre diversi, dove il dolce si mescola all’amaro, il popolare allo sperimentale, il dramma alla commedia grottesca.

Angela Vettese

© 2018 Claudio Poleschi Arte Contemporanea